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KHAN KLYNSKI − QUEL GRAN GENIO DI UN PITTORE

  • Immagine del redattore: Daniela Giuffrida
    Daniela Giuffrida
  • 30 giu 2019
  • Tempo di lettura: 2 min

Di Daniela Giuffrida

Khan Klynski è persona e artista che amo molto.


Dalla sensibilità delicata e sottile, a tratti pungente, egli è un pittore, ma è anche un poeta. Dipinge e scrive di momenti di vita e di sofferenze interiori e i suoi lavori vanno oltre le varie intelligenze astratte, le emozioni che traspaiono dai suoi lavori sembrano ispirate da una intelligenza esistenziale unica, travagliata e profonda.


Un giorno, andando a trovarlo nel paesino della bassa padana in cui vive, mi fece visitare il suo studio e mi mostrò alcuni suoi lavori, poi prese una tela arrotolata che stava appoggiata su un tavolo e me la mostrò. Provai una strana sensazione di gelo e di calore insieme, emozioni forti e contrastanti, difficili da coniugare: rimasi a fissarla credo per una eternità.

Poi riposi la tela dove lui l’aveva presa, con estrema delicatezza, come si fa con un oggetto fragile e prezioso e continuai a guardare le altre cose che mi mostrava, ma non riuscivo a “vedere” nulla: continuavo a ripensare a quella immagine.

In quel dipinto era ripreso un volto, il ritratto di una umanità appiattita, anonima e monocolore, il profilo di una umanità piccola che tiene nascosta la parte migliore di se, dentro se stessa. Il nero totale di quel volto dal profilo duro e deciso, rifletteva una interiorità combattuta, sofferente e un desiderio di fuga e di libertà assoluta che si infrangevano contro quelle sbarre crudeli. 

Chiesi a Klynski il perchè di quelle sbarre, perchè imprigionare quella forza vitale, lui mi sorrise e, adagio mi rispose: “forse vuole solo difendersi”. Poi aggiunse: “E’ la prima cosa che ho fatto, se ti piace puoi prenderla”.



Io dissi di no, che non mi sembrava giusto, era il suo primo lavoro: al suo posto, io non lo avrei mai regalato neanche a lui, non potevo prenderlo. Io dipingo e non sono mai riuscita a regalare niente di “mio”.  Lui asoltò le mie ragioni poi mi sorrise ancora e lo infilò con delicatezza dentro la mia borsa. Tornata in Sicilia, lo sistemai fra due lastre di vetro, senza cornice e senza altri orpelli e lo riposi fra i miei ricordi più cari.

Oggi, dopo i brutti fatti di cronaca avvenuti in questi giorni, dopo il lungo, assurdo discutere del niente, dopo aver visto amici scannarsi e regalarsi grettezze e meschinità di tutti i tipi, dopo aver sentito volare insulti − in direzione di quel nero che deve morire piuttosto che su quella dannata avventuriera − dopo aver visto gli stessi protagonisti nascondersi dietro alibi inesistenti, dopo aver visto esplodere l’intolleranza più estrema camuffata da amor di patria, finalmente oggi ho capito a cosa servono quelle sbarre nel suo dipinto.


Quelle sbarre non servono a difendersi, sono prigioni “imposte” dal mondo esterno e quelle mani cercano solo di farsi spazio, di “liberarsi” per venire fuori e gridare, finalmente, al mondo intero la propria rabbia, il proprio bisogno di esistenza e di libertà. Quando questo avverrà e quelle sbarre saranno divelte, sono certa che quel viso nero si illuminerà di vita e riuscirà anche a sorridere.

E’ trascorso tanto tempo da quella mia visita al suo studio e da quel suo primo lavoro: i suoi quadri sono sempre più belli e più pieni di vita ma quel profilo continua a vivere fra le mie cose più care. Le nostre quotidianità hanno poco in comune, ma le nostre vite e il sangue che scorre nelle nostre vene, si.


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